La mente dietro l’anima: storie di giustizia e profondità umana

Intervista a Elisa Caponetti

Dottoressa, lei applica le sue competenze in due ambiti d’intervento, quello clinico e quello giuridico. In che modo le due facce della psicologia sono interconnesse?

Da sempre sono appassionata tanto all’attività clinica quanto a quella forense. Considero la mia doppia competenza un valore aggiunto imprescindibile. Questa doppia specializzazione mi consente di affrontare la complessità delle situazioni con una visione a 360 gradi. Per me tutto ciò è fonte di grande arricchimento. La formazione clinica fornisce gli strumenti per comprendere il funzionamento psichico, le dinamiche relazionali, i traumi e le vulnerabilità, aspetti centrali nel contesto giuridico.

La competenza clinica facilita la comunicazione, riduce il rischio di traumatizzazione secondaria e promuove la collaborazione tra le parti. Questa sensibilità è fondamentale anche nel lavoro di psicoterapeuta, permettendo percorsi di cura mirati.

Spesso si tende a “standardizzare” i crimini, individuando una vittima e un carnefice senza soffermarsi sulle sfumature di ogni caso; in che modo è possibile superare i cliché?

Ogni caso è un universo a sé, intriso di storie individuali, dinamiche relazionali complesse e contesti specifici che plasmano l’evento e i suoi protagonisti. È fondamentale abbandonare le generalizzazioni e i cliché, immergendosi nella profondità delle singole narrazioni, sempre mantenendo al centro il rispetto per la vittima. Questo significa esplorare il vissuto di ogni persona coinvolta, le sue vulnerabilità, le sue motivazioni, le trame relazionali in cui l’atto criminale si è consumato.

Solo attraverso un’analisi attenta e individualizzata, che tenga conto di un approccio multifattoriale, è possibile andare oltre le etichette superficiali e cogliere le sfumature che caratterizzano ogni situazione. L’obiettivo è sempre quello di decostruire le semplificazioni e restituire la complessità umana dietro ogni crimine, promuovendo una lettura più consapevole e meno stereotipata, senza mai sminuire la sofferenza di chi ha subito il reato e riconoscendo pienamente la sua dignità e il suo ruolo centrale nel processo di comprensione e giustizia.

Stiamo vivendo un’epoca storica in cui la violenza di genere è finalmente oggetto di discussione, ma le vittime non sembrano essere ancora sufficientemente tutelate. Cosa si potrebbe fare per garantire loro maggiore sicurezza?

Nonostante l’attenzione sul tema, la strada verso la sicurezza delle vittime è ancora lunga. Oltre al Codice Rosso, è fondamentale agire su più fronti: prevenzione e formazione, rafforzamento della rete di supporto (personale specializzato, case rifugio, sostegno economico) e programmi di recupero per gli autori di violenza. Un aspetto cruciale riguarda l’efficacia delle misure di protezione: gli ordini restrittivi devono essere applicati con rigore e monitorati costantemente, con forze dell’ordine e magistratura adeguatamente formate e sensibili alla specificità di questi reati.

In questo contesto, è essenziale sottolineare come la denuncia rappresenti un primo passo fondamentale, ma affinché sia realmente efficace e possa portare a un intervento rapido del Pubblico Ministero e all’emissione di misure cautelari, è cruciale che sia più completa e dettagliata possibile, fornendo tutti gli elementi utili alle indagini. Solo con un approccio sinergico e una presa di coscienza collettiva potremo davvero garantire una maggiore sicurezza e protezione a chi subisce violenza di genere

Qual è il suo impegno come professionista per la tutela della persona?

Il mio impegno si traduce in un approccio rispettoso che mette al centro la dignità e l’unicità di ogni individuo. Mi adopero affinché le persone possano sentirsi accolte, comprese e supportate nel loro percorso di crescita e di superamento delle difficoltà. E ciò vale tanto per il contesto clinico che per quello forense.

Credo fermamente che la tutela della persona passi anche attraverso l’educazione alla consapevolezza e alla prevenzione, promuovendo un’attenzione maggiore alle fragilità e alle vulnerabilità della nostra società. Per me, essere professionista significa essere al servizio della persona, con empatia, competenza e integrità, per contribuire a costruire un mondo più giusto e umano.

Lei ha scritto un libro intitolato “Vittime di violenza: storie di ordinaria quotidianità”. Spesso si parla della “banalità del male”, ma in che modo è possibile riconoscere in un individuo i segnali di violenza?

Riconoscere i segnali è una sfida delicata, poiché spesso si insinuano nelle dinamiche relazionali in modo subdolo. Ciò che appare come eccessivo interesse o gelosia può celare un bisogno di controllo, con richieste insistenti di informazioni e monitoraggio. Questa tendenza all’isolamento affettivo si acuisce quando la persona tenta attivamente di allontanare il partner da amici e familiari, magari attraverso critiche sistematiche o creando ad arte situazioni di conflitto.

La manipolazione emotiva (ricatti, vittimismo, umiliazioni, svalutazione), le oscillazioni d’umore, le minacce, l’aggressività verbale, l’oggettivazione e la violenza su oggetti o animali sono segnali d’allarme e vengono utilizzati come strumenti di potere. L’umore può oscillare repentinamente, passando da momenti di apparente affetto a scatti di rabbia immotivata, instaurando un clima di paura e imprevedibilità. È fondamentale ricordare che la violenza non è solo fisica e che riconoscere questi segnali precoci è cruciale. Non bisogna minimizzare mai ciò che istintivamente ci fa sentire a disagio o minacciati.

I giovani di questa generazione appaiono sempre connessi ma, al tempo stesso, sempre più isolati e scollegati da ciò che li circonda. Come si può instaurare un dialogo per star loro vicini e per aiutarli a invertire questa tendenza?

Per aiutare i giovani a superare l’isolamento digitale è cruciale offrire spazi reali di ascolto e incontro significativi e stimolanti. È importante proporre alternative “offline” appaganti, valorizzare le loro idee e renderli protagonisti del cambiamento. Occorre aiutarli a trovare un equilibrio sano tra virtuale e reale, riscoprendo la ricchezza delle connessioni umane autentiche. Con l’Osservatorio Nazionale contro il bullismo stiamo portando avanti un progetto estremamente importante che vede il coinvolgimento oltre che dei professionisti e delle forze dell’Ordine anche dei campioni sportivi.

tratto da Beauty Energy di dicembre 2025

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