I casi di cronaca in cui le donne sono vittime dei propri partner diventano sempre più frequenti: la psicoterapeuta ci spiega come riconoscere una relazione tossica
La psicologa e criminologa Elisa Caponetti ci accompagna in un viaggio lucido e inquietante nei meccanismi che si celano dietro la maggior parte dei femminicidi
di Lucrezia Giordano
Elisa Caponetti, psicologa e psicoterapeuta, osserva la violenza da una prospettiva privilegiata e dolorosa insieme: quella di chi ogni giorno traduce il dolore in parole, in diagnosi, in prove. Nel suo libro, Nodi oscuri, prova a illuminare ciò che spesso resta invisibile, smontando stereotipi e restituendo complessità a dinamiche che troppo spesso vengono simplificate o fraintese. E a noi racconta le forme più subdole della violenza contemporanea, i segnali che tendiamo a ignorare e il ruolo, ancora decisivo, della cultura nel riconoscerla o negarla.
Il monitoraggio digitale e l’isolamento sociale
Scrive che “la violenza non ha un solo volto”: qual è la forma più subdola e meno riconoscibile?
«Siamo stati educati a riconoscere solo l’atto eclatante, il segno fisico. Oggi la violenza più difficile da scardinare è quella che si mimetizza nei gesti quotidiani, in forme molto insidiose. Penso al monitoraggio digitale: dalla richiesta di controllare il telefono alla geolocalizzazione costante o alle password condivise. Pratiche spacciate per “trasparenza” o “complicità”, ma che annullano privacy e autonomia. A questo si aggiunge un isolamento emotivo non plateale: non si vieta al partner di uscire, ma si crea un clima di colpa e tensione tale che la donna rinuncia spontaneamente per quieto vivere. E poi il “gaslighting”, una manipolazione che, a colpi di “te lo sei immaginato” o “non è mai successo”, distrugge la fiducia nelle proprie percezioni, fino a far perdere il senso della realtà e affidarsi completamente al partner».
Quanto è difficile distinguere un conflitto di coppia e una dinamica violenta vera e propria?
«È una delle sfide più grandi. Il conflitto è fisiologico: avviene tra due persone su un piano di parità che discutono per opinioni divergenti. La violenza, invece, è asimmetrica. Non c’è scambio, c’è solo dominio e potere. Non si discute per trovare un punto d’incontro, ma per annullare l’altro».
Segnali d’allarme: quali sono quelli che più spesso vengono ignorati, anche da chi sta accanto alla vittima?
«Spesso ignoriamo l’isolamento progressivo. Se un’amica smette improvvisamente di uscire o giustifica sempre l’assenza del partner, tendiamo a pensare “è molto innamorata” o “è un periodo così”. In realtà, la perdita di autonomia e il costante bisogno di “chiedere il permesso” anche per piccole cose sono segnali d’allarme critici. Anche il cambiamento di umore (una persona solare che diventa ipervigilante e ansiosa) viene spesso sottovalutato».
Quanto pesa la cultura del silenzio nel permettere alla violenza di radicarsi nelle relazioni?
«Molto. La cultura del silenzio non è solo l’omertà di chi subisce, ma anche l’indifferenza di chi guarda e spesso magari filma la scena per poterla poi condividere sui social. Quando la società minimizza, la vittima smette di credere alla propria percezione del dolore».
Che tipo di ferite lascia la violenza “invisibile”, quella che non lascia segni sul corpo?
«Lascia cicatrici nell’anima e sull’identità. La vittima perde la fiducia nelle proprie capacità cognitive. Spesso si avranno difficoltà anche nell’instaurare altre relazioni future. A volte permangono un’insicurezza costante, un’ansia cronica e disturbi psicosomatici. È una ferita che colpisce profondamente».
Perché molte vittime fanno fatica a riconoscersi come tali?
«Ammettere di essere una vittima significa accettare che la persona che ami è il tuo carnefice. È un lutto dell’immagine ideale del partner che molti non sono pronti ad affrontare. C’è poi la dissonanza cognitiva: ci si aggrappa al ricordo dei momenti belli per sopportare l’orrore del presente. Riconoscersi come vittime implica l’acquisizione di uno stato di consapevolezza non sempre semplice e indolore».
Quanto sono importanti il contesto familiare e sociale per uscire da una relazione tossica?
«Sono determinanti. Una donna che sa di avere una famiglia che la sostiene e una società che non la giudica ha molte più probabilità di uscirne. Al contrario, se il contesto spinge per “tenere unita la famiglia” a ogni costo, l’uscita diventa quasi impossibile».
La rete di protezione e le aule di tribunale
Il sistema di tutela funziona davvero o arriva troppo tardi? Dove si inceppa?
«Non si può generalizzare. Ogni situazione è diversa dall’altra. In generale, possiamo dire che sono stati compiuti enormi passi avanti anche legislativi per tutelare una vittima di violenza. Entrano poi in gioco diversi fattori. Occorre attivare una rete di protezione rapida e su più livelli».
Cosa cambia quando una storia di violenza entra in un’aula giudiziaria?
«In tribunale il dolore deve trasformarsi in prova. Come consulente o perito, il mio ruolo è “tradurre” la sofferenza psichica in evidenza scientifica. Il rischio maggiore è la vittimizzazione secondaria: se il sistema non è formato, la vittima finisce sotto processo per il suo comportamento. “Perché non hai denunciato prima?”, aggiungendo trauma al trauma».
«Il dolore per la perdita non si supera del tutto»
Lei è consulente della sorella di Federica Torzullo, la donna di Anguillara uccisa dal marito Claudio Carlomagno, reo confesso: senza entrare nello specifico del caso, cosa accade psicologicamente a chi resta dopo un femminicidio?
«Si tratta sempre di un lutto violento che rompe improvvisamente e in modo irreversibile le vite delle persone coinvolte. In un istante, il mondo come lo conoscevano smette di esistere e nulla, davvero nulla, potrà più essere come prima. Psicologicamente, chi sopravvive si trova davanti a un bivio drammatico: deve ricostruire un significato di vita partendo dalle macerie di un atto che, per sua natura, è totalmente insensato. La sfida più grande è gestire quello che chiamiamo “trauma da perdita violenta”, dove al dolore per la scomparsa si aggiunge l’orrore della modalità e, spesso, un senso di colpa lacerante».
Esiste davvero un percorso possibile di elaborazione o si impara semplicemente a convivere con il dolore?
«La verità è che il dolore di questa portata non si supera mai del tutto, non si torna a come si era prima. Si attraversa una trasformazione: si impara a convivere con una cicatrice che ridefinisce chi sei. Il percorso serve a rendere il dolore non più paralizzante, trasformandolo in consapevolezza e, spesso, in un impegno civile, così che il vuoto lasciato dalla violenza diventi un seme di cambiamento e che quel dolore non abbia l’ultima parola sulla nostra vita».
Guardando ai tanti casi di femminicidio che riempiono le pagine dei giornali, come quelli di Giulia Cecchettin, Saman Abbas, Giulia Tramontano, nota elementi ricorrenti che continuiamo a sottovalutare?
«Sì, c’è un elemento ricorrente e terribile: la mancanza di consapevolezza del rischio su se stesse. Spesso queste donne vivono una profonda dispercezione della realtà. Invece di sentirsi in pericolo, proiettano la sofferenza sull’altro: si preoccupano per il partner, pensano che stia male, che soffra, che abbia bisogno di aiuto o di un’ultima possibilità per “spiegarsi”. Questa tendenza a prendersi cura del proprio carnefice, a volerlo “salvare” dalla sua stessa fragilità, è purtroppo il velo che nasconde l’abisso. È un errore narrativo e culturale che continuiamo a fare: chiamiamo amore o dedizione quella che in realtà è una trappola di controllo».
E c’è un errore narrativo che i media fanno nel raccontare questi delitti?
«Purtroppo, sì. L’errore più comune e pericoloso è l’utilizzo di eccessive generalizzazioni e di letture stereotipate che cercano di dare una rassicurazione illusoria al pubblico».
Quanto è pericoloso cercare sempre una spiegazione “eccezionale” invece di riconoscere schemi ripetuti?
«Moltissimo. Se diciamo che l’assassino era un “mostro” o un “pazzo”, ci rassicuriamo pensando che non ci riguardi. Invece la violenza è strutturale e spesso agita da persone apparentemente normalissime».
Il racconto mediatico può aiutare la prevenzione o rischia di alimentare stereotipi o, peggio ancora, l’emulazione?
«Può aiutare solo se smette di spettacolarizzare il dolore e inizia a spiegare le dinamiche del controllo coercitivo. Altrimenti rischia solo di creare emulazione o di ri-vittimizzare chi ha subito».
Nel prevenire la violenza che ruolo hanno le istituzioni, ma anche la scuola e la famiglia?
«Hanno un ruolo essenziale. L’educazione emotiva a scuola? È importante insegnare ai ragazzi a gestire il rifiuto e a riconoscere le proprie emozioni, ma non può essere l’unica strada percorribile».
Che cosa direbbe oggi a una donna che sente che qualcosa nella sua relazione “non torna”, ma non riesce a definirlo?
«Di uscire immediatamente da quella relazione».
Dopo anni a contatto con queste storie, cosa l’ha cambiata di più come professionista, come persona e come donna?
«Ogni storia mi ha arricchita. Come professionista, questo lavoro mi ha insegnato il rigore e la necessità di non dare mai nulla per scontato; mi ha spogliato di ogni pregiudizio, mostrandomi che la violenza non ha barriere sociali o culturali. Come persona, e soprattutto come donna, ho capito che la resilienza è una forza concreta, quasi ostinata, che permette alle donne di risorgere dalle proprie ceneri».
Una scrittrice da premio
Psicologa e psicoterapeuta, Elisa Caponetti partecipa spesso come esperta in trasmissioni televisive e radiofoniche per commentare fatti di cronaca o dinamiche psicologiche legate a fenomeni sociali. Nel 2023 è stata premiata all’Oscar del Libro per le sue pubblicazioni. Recentemente è tornata in libreria con Nodi oscuri. Volti e storie di una violenza ancora troppo invisibile (2026, Armando Editore).
tratto da Mio di maggio 2026

Screenshot

Screenshot

Screenshot
