Disagio giovanile: i numeri che ci interrogano e il sistema che deve cambiare
C’è un’immagine che mi porto dentro dall’evento di Piazza Mastai, a Roma: fuori dalla sala, la piazza era piena di ragazzi. Dentro, 35 partner, 13 campioni del mondo, 6 università, istituzioni, neuropsichiatri, magistrati, parlamentari e forze dell’ordine sedevano allo stesso tavolo per parlare di loro. Tutti mossi dalla stessa consapevolezza: il disagio giovanile oggi non si affronta più a pezzi.
Ho avuto l’onore e la responsabilità di coordinare l’intera giornata scientifica in qualità di Presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sul Benessere e il Disagio (ONBD), e di presentare i dati del nostro nuovo sondaggio nazionale, rivolto a ragazzi tra gli 11 e i 20 anni. Quello che è emerso merita attenzione — e soprattutto azione.
I dati del disagio giovanile: un’istantanea nitida e scomoda
I numeri del sondaggio ONBD non lasciano spazio a facili ottimismi. Scattano una fotografia precisa di una generazione che soffre in silenzio:
- Ansia diffusa sull’identità, anche tra chi appare “integrato”
- Pensieri suicidari presenti in fasce di popolazione giovanile apparentemente stabili
- Una fiducia verso il mondo adulto che si sta erodendo in modo sistematico
A questi si aggiungono i dati presentati da Nicola Graziano di UNICEF Italia: il 70% in più dei giovani tra i 15 e i 17 anni si dichiara insoddisfatto della vita. Una percentuale che dovrebbe scuotere le coscienze di tutti — famiglie, scuola, istituzioni.
1 ragazzo su 3 preferisce confidarsi con un’intelligenza artificiale
Tra i dati che ho esposto, c’è uno in particolare che fa davvero riflettere, e che continua a tornarmi in mente. Un ragazzo su tre preferisce confidarsi con un’intelligenza artificiale piuttosto che con un adulto. Non perché l’AI sia migliore di un genitore, di un insegnante o di uno psicologo. Ma per un motivo preciso, che i ragazzi stessi esprimono con chiarezza: perché non giudica.
Questo dato non ci racconta il futuro della tecnologia. Ci racconta il presente delle relazioni. Ci dice che una parte significativa dei nostri adolescenti si sente giudicata, non compresa, o semplicemente non abbastanza sicura da aprirsi con un adulto. E questo dovrebbe interrogarci profondamente — come genitori, come educatori, come professionisti della salute mentale, come società.
Se vuoi approfondire come l’intelligenza artificiale stia cambiando il modo in cui i giovani elaborano le emozioni, puoi leggere questo studio di riferimento: OMS — Salute mentale degli adolescenti.
Prevenzione, non solo leggi: cosa ha detto la politica
L’On. Giorgio Mulè ha parlato senza giri di parole: non bastano le leggi. Serve prevenzione, con coraggio e con strumenti adeguati. È una presa di posizione importante, che riconosce un limite strutturale: le normative possono disegnare confini, ma non possono sostituire la presenza umana, la relazione, l’ascolto.
La prevenzione del disagio giovanile passa attraverso la costruzione di contesti sicuri — a casa, a scuola, nella comunità — dove i ragazzi possano esprimere la propria vulnerabilità senza sentirsi giudicati o esclusi.
Un sistema che lavora insieme: il Protocollo UNICEF-ONBD e la Polizia Postale
Una delle novità più significative di questa giornata è stata la firma del Protocollo d’Intesa biennale tra UNICEF Italia e ONBD. Un accordo concreto, che impegna due realtà a lavorare in modo coordinato per intercettare e rispondere al disagio giovanile su scala nazionale.
In parallelo, la Polizia Postale ha parlato direttamente agli studenti presenti, affrontando il tema della sicurezza online. Perché il disagio giovanile oggi non esiste solo negli spazi fisici: si manifesta — e spesso si amplifica — nei luoghi digitali dove i ragazzi trascorrono gran parte del loro tempo.
Questi non sono gesti simbolici. Sono segnali di un cambio di approccio: si esce dalla logica dei compartimenti stagni e si comincia a costruire un sistema integrato di protezione e ascolto.
Cosa possiamo fare noi adulti, oggi
I dati sono importanti. Le istituzioni sono necessarie. Ma la prevenzione del disagio giovanile comincia anche nelle piccole cose quotidiane. Ecco alcuni punti su cui riflettere:
- Ascoltare senza giudicare. Se un ragazzo su tre preferisce l’AI a un adulto perché “non giudica”, il primo passo è lavorare sulla qualità della nostra presenza relazionale.
- Riconoscere i segnali silenziosi. Il disagio giovanile spesso non urla: si ritira, si isola, si spegne gradualmente. Imparare a riconoscerlo è fondamentale.
- Chiedere aiuto specialistico senza aspettare il momento di crisi. La psicologia non interviene solo nelle emergenze. Il supporto psicologico è uno strumento preventivo, non solo curativo.
- Non lasciare soli i ragazzi nel digitale. Accompagnarli, non controllarli. Creare spazi di dialogo anche su ciò che vivono online.
Il silenzio dei ragazzi non è indifferenza: è un appello
Piazza Mastai era piena di ragazzi. Stavano lì, fuori, mentre dentro si parlava di loro. Questa immagine per me è tutto: ci dice che i giovani ci sono, che vogliono essere visti, che aspettano che il mondo adulto smetta di parlare di loro e cominci finalmente a parlare con loro.
Il disagio giovanile non è un’emergenza improvvisa. È il risultato di anni di segnali ignorati, relazioni svuotate, spazi di ascolto mancanti. Possiamo invertire questa tendenza — ma solo se decidiamo di farlo insieme, con un sistema che funzioni davvero.


